Architettura e Design
Saint-Tropez: la doccia che si mimetizza
A volte il lusso più alto è non farsi notare. Sparire dentro la luce, la pietra, il colore di un luogo, e lasciare che sia l'acqua a fare la sua parte.
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C'è una tendenza, nei progetti più riusciti che incontriamo, che va nella direzione opposta a quella che ci si aspetterebbe da un oggetto di design. Non vuole essere protagonista. Vuole appartenere così tanto allo spazio da diventarne quasi invisibile.
Saint-Tropez, in questo senso, è una scuola. Architetture che dialogano con la macchia mediterranea, intonaci nei toni della sabbia e della pietra calda, legni sbiancati dal sole e dal sale. Spazi pensati perché l'occhio scivoli sul paesaggio senza inciampare in nulla che stoni. In un contesto così, una colonna doccia in acciaio lucido sarebbe un'intrusione. Brillerebbe troppo. Direbbe "guardami" dove tutto il resto dice "guarda oltre".
È qui che la finitura su misura smette di essere un vezzo e diventa progetto. Quando una colonna può prendere esattamente il colore della parete contro cui sorge (la stessa tinta calda dell'intonaco, lo stesso grigio della pietra, lo stesso verde spento di una persiana), l'oggetto si dissolve nell'architettura. Resta la sua funzione, sparisce la sua presenza. La doccia c'è, ma non si vede finché non serve.
È mimetismo, ma non è rinuncia. Sotto quel colore continua a esserci l'AISI 316, la stessa tenuta alla salsedine che a pochi metri dal mare non è un dettaglio ma una condizione. La doccia che si nasconde alla vista non si nasconde al sale: lì, anzi, dà il meglio.
Ci piace pensare che sia questa la forma più matura del lusso. Non l'oggetto che reclama attenzione, ma quello che ha la sicurezza di farsi da parte, perché sa che la sua qualità non ha bisogno di essere esibita per esserci.